La grande olimpiade di Nino Benvenuti

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(Da Il Romanista del 26 aprile 2018)

Fermo restando che qualsiasi dibattito contenga la definizione “il più grande di sempre”, nello sport, non va considerato un dibattito serio ma al massimo un gioco, lasciamo agli esperti decidere se Nino Benvenuti è stato o no il più grande pugile italiano. Sicuramente, però, è stato il più importante, per quello che ha rappresentato, per quello che ha trasmesso e per il livello che ha raggiunto. Una storia intensa quella di Nino, che oggi compie 80 anni ma che già da giorni viene celebrato un po’ ovunque. Giustamente, perché se lo merita. Una storia che inizia a Roma, nel 1960. E qui vogliamo proprio rivivere quei meravigliosi giorni romani della grande olimpiade. Aveva 22 anni Nino e si allenava da 9. Aveva iniziato in una cantina ricavata con un po’ di fantasia nel pianterreno della sua casa, infilandoci anche un sacco di iuta riempito di granturco. Non si potevano avere punching-ball diversi a Isola d’Istria, in un periodo in cui per gli istriani non era proprio tutto semplice. Poi era entrato nell’accademia pugilistica triestina. Trenta chilometri al giorno (anzi, sessanta, c’era pure il ritorno) in bicicletta per potersi allenare. Poco tempo dopo aveva disputato il suo primo vero match, in un ring allestito sulla piazza del porto.

L’avventura romana di Nino Benvenuti inizia il 27 agosto 1960, il sorteggio lo pone di fronte a Jean Josselin, pugile francese. Il Palaeur è pieno, Benvenuti è considerato una medaglia sicura. Ha vinto tutti gli incontri da dilettante tranne uno contestatissimo, è stato bronzo agli Europei del 1957 a Praga e oro a queli di Lucerna nel 1959. Sui pronostici favorevoli incide anche la sua decisione di scendere di categoria per evitare avversari più pericolosi, ma anche per risarcirlo della mancata partecipazione ai Giochi di Melbourne 1956, dove sarebbe dovuto andare come peso welter, invece gli fu preferito un tale Franco Scisciani. Non fu quello, però, il principale dolore del suo 1956, segnato dalla morte della madre, Dora, a soli 46 anni. Era la sua fede nuziale quella che Nino portava tra i lacci della scarpa sinistra quando combatteva.

Il suo maestro è ancora Steve Klaus. “Un giorno mi ringrazierai”, gli aveva detto spiegandogli la decisione di non farlo andare a Melbourne. Nato a Pittsburgh da genitori ungheresi, era un luminare della boxe e ancora oggi i suoi testi sono studiati dai tecnici. Anche per questo Nino, dopo qualche bella litigata, decise di continuare a fidarsi. Per la preparazione psicologica si affida a tre “entità”, quelle che ritiene fondamentali per lui: Dio, il padre ed Ernest Hemingway, delle cui opere è avido lettore. E’ teso per l’esordio, sì, ma anche tranquillo. Ha imparato che rimanere calmi prima di una grande sfida è fondamentale, che essa sia un esame o un incontro. La calma gli serve anche per rendere invulnerabile dall’entusiasmo di una Roma che ha affidato ai Giochi olimpici il compito di simboleggiare l’apice del processo di ricostruzione che l’ha vista splendere sempre di più durante tutti gli anni Cinquanta. Il nostro Nino conosce bene le caratteristiche del suo primo avversario, sa che può metterlo in difficoltà. Prova ad attaccare ma rimanendo coperto, poi, appena vede uno spiraglio, piazza un violento destro al mento di Josselin, che barcolla. Tanto basta per vincere il primo round e iniziare a far sentire la sua superiorità. Nel secondo round Josselin è costretto ad attaccare per provare a ribaltare la sfida, alza il ritmo, ma finisce col subire i colpi d’incontro di Benvenuti, a segno con due bei ganci sinistri. Il tema non cambia fino agli ultimi istanti della terza ripresa, quando l’azzurro per la prima volta dà segni di sofferenza e subisce un paio di colpi dell’avversario. Il vantaggio accumulato in precedenza comunque è più che sufficiente perché il verdetto non lasci sorprese e consenta all’italiano di superare il turno tra gli applausi di un Palaeur che si sarebbe aspettato una vittoria più facile. Benvenuti ha comunque dimostrato una lucidità totale: sia nella capacità di leggere le situazioni, sia in quella di saper piazzare pochi colpi, ma quelli giusti. Saper distribuire bene le energie è fondamentale in un torneo lungo. Un torneo dove, almeno per quanto riguarda questo primo turno, chi lascia l’impressione migliore è un pugile tunisino. Si chiama Omrane Sadok, è potente e veoce, attacca sempre, batte per ko tecnico alla seconda riprsa lo jugoslavo Kalava. Non è difficile individuare in lui l’avversario più pericoloso nella corsa all’oro.

Il Palaeur è sempre pieno. Il 31 agosto in parterre c’è anche Maria Gabriella di Savoia, figlia dell’ultimo re d’Italia. Tanti altri vip con lei, perché la boxe è tornata nel cuore degli italiani e dei romani, grazie ai pugili azzurri e soprattutto a Benvenuti. “Ni-no! Ni-no!” è il coro che ancora nessuno sa che si ripeterà qualche anno dopo per sfide mondiali. Nel secondo turno l’avversario è il nordcoreano Ki-Soo Kim, che qualche anno dopo a Seul avrebbe strappato a Benvenuti il Mondiale dei medi leggeri (che poi Mazzinghi avrebbe riportato in Italia). Ma questa è un’altra storia, neanche tanto regolare. E’ regolare e netta, invece, la vittoria di Nino: 5-0 il verdetto. Boxando sempre al risparmio, ottenendo il massimo risultato col minimo sforzo, tenendo semprea distanza il veloce asiatico col sinistro e mandandolo anche al tappeto con un gancio destro nella terza ripresa. Il coreano si rialza, ma è chiaro che l’incontro è finito. Nel match successivo, a sorpresa, Omrane Sadok viene sconfitto dal bulgaro Chichman Mitzev, che diventa il successivo avversario di Benvenuti. Fisicamente molto massiccio e dal pugno potente, capace anche di colpire mentre indietreggia, viene dominato dal sinistro di Benvenuti, che lo mette anche al tappeto. Si rialza, ma il verdetto è chiaro: un altro 5-0. L’ostacolo successivo – in semifinale – è Jimmi Lloyd, veloce e ambidestro, quindi pericoloso. Ha 21 anni, viene da Liverpool, è ambizioso e ama bere un bicchiere insieme al suo avversario dopo il match. In parterre ci sono Bill Crosby e Grace Kelly, che in realtà sono venuti per vedere Cassius Clay, ma si gustano un incontro divertente. Lloyd attacca subito, Benvenuti col sinistro riesce però sempre a tenere sotto controllo l’inglese, che però non molla. Nino capisce che stavolta non è il caso di pensare a conservare le energie e prende a boxare a due mani. Si accorge che Lloyd, tecnicamente bene impostato, ogni tanto lascia scoperta la fronte. Lì l’azzurro colpisce, piazza anche un bel gancio sinistro, Lloyd non molla ma alla fine la maggiore precisione del beniamino di casa viene giustamente premiata dai giudici. Non ci sarà il bicchiere della staffa, dato che Lloyd non accetterà mai la sconfitta.

Rimane la finale. E’ il 6 settembre 1960. Tra Benvenuti e l’oro olimpico c’è rimasto Yuri Radionyak. Ma non è il pugile russo, il vero nemico. “Avevo un incubo ogni notte, sognavo me stesso, un me stesso diventato irriconoscibile. Dopo una risata ero costretto ad aiutare il labbro superiore a ritornare nella sua posizione, tirandolo giù con una mano: le mascelle e le gengive erano talmente secche che gli impedivano di scivolare”. Da queste parole, riportate nello splendido libro “L’oro dei Gladiatori” di Dario Torromeo, si capisce che in realtà Nino sta lottando contro se stesso.

Arriva al Palaeur tre ore prima del match, ci vuole tutta l’esperienza di Natalino Rea, tecnico della Nazionale ma più che altro fratello maggiore, per non fargli accumulare troppa tensione. Il rapporto tra i due è strano. L’allievo mette sempre in discussione tutto ciò che dice il maestro ma, una volta sul ring, lo ascolta senza discutere ed esegue. Prima però, steso sul lettino dei massaggi, chiude gli occhi e chiede a tutti di rimanere in silenzio. Deve svuotare la mente. Training autogeno, senza che nessuno glielo abbia mai insegnato. Così come nessuno gli aveva detto che esisteva il punching ball, quando lui se l’era fatto da solo con il sacco di iuta e il granturco. Benvenuti è stato anche un inventore.

Un secondo dopo il gong, piazza un sinistro al corpo e un destro alla mascella del 25enne moscovita. I due si studiano, l’incontro è equilibrato. “Provaci, ma solo una volta” dice Natalino Rea dall’anglo. “Sì”. A far cosa? “Butta il corpo in avanti, schiva il sinistro del sovietico che cercherà di colpirti d’incontro, poi entra con la testa nella sua guardia e spara il gancio sinistro”. Funziona. Siamo a metà della seconda ripresa. Radionyak va al tappeto e mentre viene contato si alza quel “Ni-no! Ni-no!” che diventerà negli anni la colonna sonora di tutto il Palasport. Il sovietico si rialza, “I-ta-lia! I-ta-lia!” urla il Palaeur, nulla può togliere la medaglia d’oro a Benvenuti. Campione olimpico dei pesi welter, come Musso nei piuma e De Piccoli nei massmi.

Sul podio, non morde la medaglia d’oro, la accarezza. Mentre viene eseguito l’inno, manda un bacio al cielo per mamma Dora. Poi uno sguardo indietro, in parterre, dove c’è papà Fernando, la cui forza è sempre stata quella di saper stare un passo indietro, senza mai entrare nella carriera del figlio. Che è diventato un figlio di Roma e del Palaeur, dove conquisterà anche titoli itailiani e mondiali. Perché la sua storia, quella di un atleta amato da tutta Italia, che ha scolpito pietre miliari nella storia dello sport con le sfide con Mazzinghi, Griffith e Monzon, ma che è andato anche oltre lo sport (per questo è corretta la definizione di pugile più importante della storia italiana), è iniziata a Roma. Nei giorni di quella meravigliosa olimpiade del ’60. Oggi sono 80. Tanti auguri, Nino.

Nino Benvenuti ha firmato la quarta di copertina di “Olimpiche, storie immortali in cinque cerchi” e lo ringraziamo per questo.

2 thoughts on “La grande olimpiade di Nino Benvenuti

  1. renzo rea

    Lasciare un commento per me e’ facile e nello stesso tempo difficile. mi chiamo Renzo Rea e sono il figlio di Natalino Rea.
    Complimenti mi avete fatto rivivere quei giorni fantastici. Ho molti ricordi e sensazioni vissute in prima persona.
    Grazie , grazie ancora e se volete potete scrivermi alla mia mail per raccontarvi i miei ricordi rimasti indelebili.

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